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Piano Casa: «Serve un rilancio strutturale della politica abitativa, non solo programmi speciali» PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Pensato   
Martedì 09 Giugno 2026 06:54

Immagine Piano casa piccola"Un Piano Casa è di per sé un segnale positivo, ma quello in esame risente ancora di un'impostazione tipica degli ultimi decenni: si fanno alcuni programmi speciali di edilizia pubblica, possibilmente con fondi europei, senza un vero rilancio strutturale della politica abitativa".

È quanto ha dichiarato il segretario generale del Sicet Cisl Fabrizio Esposito a margine dell'audizione alla commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera dei Deputati sul Ddl n. 2920 di conversione del Dl n. 66/2026 recentemente emanato dal Governo. «La questione abitativa – ha sottolineato Esposito – non nasce solo da un'edilizia pubblica sottodimensionata, ma dagli eccessi speculativi del mercato immobiliare. Il mercato delle locazioni genera un'emergenza sempre più fuori controllo, eppure nessun intervento per riequilibrare il mercato degli affitti viene ipotizzato. Già semplici misure per orientare l'offerta privata verso i canoni concordati previsti dalla Legge n. 431/1998, come l'eliminazione delle flat tax sulle locazioni libere e sugli affitti brevi, la reintroduzione dell'obbligo di tracciabilità dei pagamenti e l'ampliamento dei Comuni ad alta tensione abitativa, potrebbero fare molto per alleviare il disagio
abitativo di larghe fasce della popolazione italiana».

Sul fronte dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp), il segretario del Sicet ha espresso preoccupazione per le norme contenute nell'articolo 5 che aprono alla vendita degli immobili di Comuni ed ex Iacp destinando i proventi all'ammortamento dei titoli di Stato anziché reinvestirli nell'Erp: «Con circa 300.000 domande pendenti per una casa popolare e il 47% delle famiglie in povertà assoluta che vive in affitto – ha avvertito Esposito – impoverire ulteriormente lo stock di case popolari, peraltro già ampiamente falcidiato dai
piani vendita previsti dalla normativa precedente, è una disattenzione verso il fabbisogno abitativo della fascia più povera della popolazione. Rischiamo addirittura una contrazione dell'offerta abitativa per i ceti più disagiati, tra piani vendita e recupero degli sfitti che potrebbero trasformarsi in housing sociale».

Il segretario del Sicet ha anche ricordato che «lo sviluppo di una vasta gamma di programmi di Edilizia residenziale sociale, oltre a richiedere tempi medio-lunghi di attuazione, non è privo di incognite ed esente da rischi. In particolare, stante la necessità di remunerare gli investitori privati, l’offerta pubblica potrebbe rivelarsi troppo vicina agli stessi valori di mercato e quindi non rispondente ai ceti più svantaggiati. Nel sottolineare che «anche stavolta non vengono individuati quei livelli minimali di fabbisogno abitativo strettamente inerenti al nucleo irrinunciabile della dignità della persona umana», Esposito ha concluso che l’edilizia popolare in quanto servizio sociale destinato ai ceti meno abbienti «può funzionare adeguatamente solo se viene ristabilito il principio di un finanziamento pubblico strutturale. Senza risorse congrue e continuative, gli ex Iacp non possono fare miracoli».

Ultimo aggiornamento Martedì 09 Giugno 2026 07:59
 
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Variazione biennale ridotta 75% (uso diverso) 2,4%

Il dato è pubblicato sulla G.U.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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